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La sede della 612a compagnia di Ordine Pubblico

Foto d’epoca del Collegio Dante Alighieri

I locali del Collegio Dante Alighieri, in via Gallicciolli, sono sequestrati alla Curia prima dall’occupante tedesco, poi, in una sorta di ridistribuzione degli spazi fra tedeschi e fascisti, dal gennaio 1944 diventano sede della 612a Compagnia di Ordine Pubblico, che attrezza le stanze per gli interrogatori e la detenzione provvisoria. 

La 612a è un reparto mobile, composta da circa 150 uomini, comandati da una ventina di sottufficiali e sette ufficiali, che hanno a capo Aldo Resmini, uno dei peggiori criminali delle forze repressive. Ben armati, addestrati all’ antiguerriglia, sono impiegati spesso anche fuori provincia (Cuneo, Arezzo, Carrara, Vercelli, Valtellina). La banda è composta in prevalenza da uomini adulti, non solo da minorenni come una certa vulgata sostiene, e si rende responsabile dei peggiori crimini perpetrati in bergamasca (fucilazione dei tredici martiri, rastrellamento in val Taleggio, rastrellamento in Valzurio-Villa d’Ogna, strage del Petosino, strage di Cornalba, solo per citare alcuni degli episodi tremendi che la videro protagonista). 

Nei locali di via Gallicciolli si pratica normalmente la tortura. Molte sono le agghiaccianti testimonianze rilasciate nel dopoguerra, tra le altre si ricordino almeno quelle di Giuseppe Emilio Farina, Vittorio Castelli, Cristoforo Pezzini, Mario Invernicci ei Arialdo Banfi. E proprio di Banfi è forse la testimonianza che sa cogliere in tutta la sua tragica portata la fragilità del corpo e la cecità della violenza lì ricevuta a cui si oppone , nella vicinanza quasi fisica dei partigiani tra di loro, la prospettiva della verità della vita che guarda al futuro. 

 

C’era un bel sole caldo, si sentiva l’avvicinarsi dell’estate […]

Così non fui sorpreso quando ricevetti quella telefonata: solo Mario conosceva quel numero di telefono […]

Così mi avviai senza eccessivi pensieri all’appuntamento con gli sgherri fascisti. Vi andai in bicicletta: vidi fermo sul marciapiede un uomo di mezza età, mi avvicinai e gli chiesi se era l’amico di Mario […] sentii una canna di pistola nelle costole […]

Fui portato prima alla Caserma della Legione Muti, poi alla stazione e fatto salire sul treno di Bergamo: tutto allora mi si fece chiaro. Mi misero a sedere in un angolo di scompartimento […] forse avrei potuto fuggire: ma il cielo era azzurro, il sole splendeva, un’aria di felicità spirava sulla terra ed io ero ancora in quello stato di benessere che mi costò l’arresto.

E così alla stazione di Bergamo non feci nulla […] fui rinchiuso in una stanza quadrata: ai quattro angoli quattro facce da delinquenti con mitra spianati verso di me. Era evidente per scuotere i miei nervi ma non raggiunsero lo scopo.

Fu assai più grave sul mio morale il vedere dalla finestra il sole che calava e a poco a poco la notte invadere la stanza: tutta la mia felicità che ancora mi invadeva l’anima svanì e mi ritrovai solo.  Sentii in quel momento che avrei dovuto giocare una grande partita con me stesso: dovevo vincere. Chiusi i pugni e mi preparai alla lotta che non tardò a cominciare. […] E cominciò la giostra

I miei nervi erano così tesi che non sentii il dolore ma solo una grande rabbia […] Cominciò allora la seconda parte: l’interrogatorio si fece più stringente 

[…]

Il nerbo di bue sibilava sul mio corpo mi mancava il fiato ma non sentivo dolore. […] L’interrogatorio continuò ma le domande erano generiche: non sapevano interrogare capii che se il corpo non cedeva non mi avrebbero cavato nulla. […]

In quel momento rividi i compagni: Leo, Vittorio, Riccardo e tutti gli altri che in Piemonte e in Lombardia combattevano contro gli oppressori: mi sentii sicuro. La battaglia era vinta: non avrei ceduto: mi sentii quasi felice […]

In quel momento sorrisi ai miei aguzzini? Non lo so, non l’ho mai ricordato. Forse sì, perché essi presi da folle rabbia mi si gettarono addosso in tre […]

Sapevo che la mia salvezza stava nella resistenza del corpo. 

(A. Banfi, Anima e corpo, in “Il Ponte”, n. 3, marzo 1949, p. 412.) 

La Corte d’assise di Bergamo, che avrebbe giudicato nel dopoguerra molti dei suoi componenti, definirà  la 612a OP “terrore ed obbrobrio della provincia di Bergamo per i numerosi delitti ed atti di crudeltà commessi contro uomini e donne di ogni classe sociale”.  

Foto d’epoca del Collegio Dante Alighieri
Foto d’epoca del Collegio Dante Alighieri, che diventa sede dalla 612a OP
Arialdo Banfi
Lettura da A. Banfi Anima e corpo, in “Il Ponte”, n. 3, marzo 1949
Cristoforo Pezzini
Cristoforo Pezzini intervistato a Bergamo, il 9 novembre 1976 da G. Bertacchi e A. Bendotti