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La stazione

La stazione, foto d'epoca

Il 28 ottobre 1925, il commissario prefettizio Franceschelli annuncia dal “palazzo municipale” che sua “maestà il Re, con novella prova di Sovrana benevolenza, sarà fra noi il 1° Novembre prossimo a consacrare il Monumento per i Caduti del 78° Reggimento Fanteria, nella piazzetta antistante la caserma (tra l’odierna via Verdi e vicolo San Giovanni), il nuovo Gonfalone della Città, e ad inaugurare il Palazzo di Giustizia e la sede della Camera di Commercio”. La città è nel “fervore del rinnovamento edilizio”, sottolinea il commissario prefettizio: il centro piacentiniano calamita l’attenzione non solo dei bergamaschi. È passato giusto un anno da quando, in occasione dell’anniversario della marcia su Roma (28 ottobre), era stato Mussolini in persona ad inaugurare la Torre dei caduti, riallacciando la storia risorgimentale della città con l’impresa che portò il Partito fascista al governo.

Nelle giornata del 1° novembre, ancora una volta, passato e presente si incontrano:  da una parte, con la colonna ai Lupi di Toscana si mantiene “il voto formulato dai superstiti dell’asprissima vittoriosa lotta degli altipiani del 23-24-25 gennaio 1917, di erigere cioè in Bergamo, a guerra finita un monumento che ricordasse l’epopea dei Lupi e il sacrificio dei Caduti”. Dall’altra parte, l’inaugurazione del Palazzo di Giustizia e della Camera di commercio è l’occasione per affermare la nuova realtà politica che si è ormai consolidata dopo avere superato la crisi del delitto Matteotti (1924) e in cui Bergamo cerca un proprio spazio: a fianco del re, ospite d’onore, troviamo l’on. bergamasco Giacomo Suardo nel suo ruolo di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, a fianco dei ministri della Giustizia Rocco e dell’Economia nazionale Belluzzo.

La mattina del 1° novembre, sulla piazzetta parata a festa, i discorsi delle autorità civili e religiose si alternano: qui giunge il Re risalendo viale Roma, tra ali di folla che applaudiva, mentre “gruppi di signore e signorine buttavano dai balconi nell’automobile reale, fiori a profusione”.

Diciannove anni dopo, nella primavera del 1944, un altro corteo percorre viale Roma, ma nel senso inverso: dalla Caserma Umberto I alla stazione. Sono uomini, soprattutto, e tra loro qualche donna: hanno lasciato gli stanzoni del primo piano della caserma, scortati da nazisti e fascisti, e stanno raggiungendo il convoglio formato da carri bestiame che li deporterà nei Lager nazisti. “Erano barboni. Erano i nostri padri” ricorderà il figlio di uno di quegli uomini. Intorno a loro ancora una volta donne: non buttano questa volta fiori, ma cibarie, giornali, bevande. Sono arrivate da lontano, alcune da molto lontano, hanno sostato a lungo nel vicolo San Giovanni sperando di potere comunicare con il proprio sposo o amante, padre o fratello, di poterlo almeno intravvedere. Sono arrivate in mille modi diversi, con le borse, i figli, le biciclette. Al loro fianco vanno accostandosi altre donne e accanto a loro giovani.

C’è una foto della partenza del re dopo le cerimonie del 1° novembre 1925; non ci sono foto dei treni partiti il 17 marzo e il 4 aprile 1944 dalla stazione di Bergamo. Negli occhi del re la bellezza del nuovo centro piacentiniano; in quella dei deportati i volti delle donne, coi figli,  coi bagagli e  le cibarie non consegnate, i biglietti non recapitati e nella loro ombra i volti di quelle avvertite troppo tardi, non arrivate in tempo. 

Non ci sono del resto nemmeno le foto delle altre tragiche partenze dalla stazione di Bergamo: quelle dei condannati dal Tribunale speciale o da quello militare tedesco o delle vittime della Shoah verso altre prigioni italiane o il campo di Fossoli. E se non manca qualche citazione in diari personali, dobbiamo confessare che sugli spostamenti delle vittime del nazifascimo da Bergamo a altri luoghi italiani prima del trasferimento nel Reich sappiamo ancora molto poco.

La stazione, foto d'epoca
La stazione, foto d'epoca

La lettura è uno stralcio da un inedito di Giovanni Bonelli, detto Nino, che ci è stato fatto conoscere da Lucio Monaco che ringraziamo di cuore. Monaco così descrive il manoscritto da lui ricevuto dalla famiglia di Bonelli: “Scritto su un blocco di fogli da disegno formato 31×22, comprendente copertina (con le scritte ‘Tipo extra’ in alto a sin. e ‘Disegno’ in basso a ds.), 20 fogli (10 doppi legati al centro con due punti metallici). Scrittura autografa, inchiostro blu-nero e pennino, senza lasciare margini, fino al f° 18 recto. Il resto bianco. Fogli non numerati. Scrittura di getto, con integrazioni e correzioni del momento, sopra cassature con rigo, e qualche spazio bianco per mancate successive integrazioni. Il testo è stato rintracciato tra le carte della famiglia.  Contiene il resoconto dell’arresto e della deportazione per il periodo compreso fra il 26.2.1944 e l’aprile dello stesso anno. Manca purtroppo la continuazione del racconto, che risulta interrotto e non più ripreso. La stesura risale, secondo la famiglia al momento in cui Bonelli era ricoverato in un ospedale torinese, quindi probabilmente al giugno o luglio del 1945, subito dopo il rientro in Italia.” 

Teniamo a ringraziare di cuore Lucio Monaco e ci auguriamo di potere presto vedere pubblicato il testo nella sua integralità