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Hafter Elisabetta

Elisabetta Hafter


Trescore Balneario – Clusone – Sant’Omobono Imagna


Scheda di famiglia e percorso di internamento: 


Elisabetta Hafter (IG), nata Brno (Impero Austroungarico poi Cecoslovacchia) il 10 ottobre 1908, coniugata con Benno(BernardZenger (o Zeuger), e il figlio Harry Zenger (o Zeuger) (IG), nato a Vienna (A) il 12 agosto 1937; Elisabetta e Harry giunsero in Italia a Trieste, poi a Bengasi; furono internati a Ferramonti il 16 settembre 1940. Furono confinati a Trescore Balneario, poi a Clusone il 2 ottobre 1941 e infine nel maggio 1942 a S. Omobono Imagna, dove erano presenti all’ottobre 1943. 

(Capitoli di riferimento: Gli “internati liberi” in provincia di Bergamo / Arrestati e deportati dal carcere di Bergamo)


Elisabeth era moglie di Benno, ebreo austriaco sposato dopo il suo trasferimento dalla Moravia a Vienna nel 1936. Benno era riuscito a raggiungere clandestinamente la Palestina, mentre Elisabeth aveva voluto attendere, data l’età del piccolo Harry, che prima il marito avesse costituito una situazione adeguata in loco[1]. Era poi stata costretta a fuggire dall’occupazione tedesca dell’Austria nel 1939 e aveva raggiunto Trieste con un visto turistico nel maggio del 1940. Con altri 300 ebrei fuggiaschi si era imbarcata illegalmente con l’intenzione di raggiungere la Palestina, ma la nave si era fermata a Bengasi in Libia. Con l’entrata in guerra dell’Italia erano stati imprigionati in un campo militare per poi essere imbarcati per Napoli. AII’ arrivo il 29 agosto erano stati arrestati e chiusi in carcere a Poggioreale per tre settimane. Il 29 settembre una parte di loro, tra i quali anche Elisabeth ed Harry, erano stati internati nel campo di concentramento di Ferramonti. Dalla Calabria, dopo una sosta a Trescore, erano stati inviati a Clusone dove avevano trovato alloggio in una soffitta di via Carrara Spinelli. Elisabeth Hafter col suo piccolo Harry era stata poi inviata a S. Omobono in Valle lmagna[2].     


Scheda di deportazione


Elisabetta Hafter, nata a Brno (Cecoslovacchia) il 10 ottobre 1908. Deceduta in luogo e data ignoti[3].


Harry Zeuger, nato a Vienna (Austria) il 18 agosto 1937. Ucciso all’arrivo ad Auschwitz il 10 aprile 1944. 


Arrestati a Sant’Omobono Imagna da italiani.[4]


I due arrestati dopo essere stati detenuti nel carcere di Bergamo vengono inviati al campo di Fossoli e da lì deportati il 5 aprile 1944 con il convoglio 09 che giunge ad Auschwitz 10 aprile 1944.


Deportati identificati 609, di cui reduci 50, deceduti 559


Eurosia Frosio, proprietaria dell’albergo Moderno a S. Omobono, ha raccontato in un intervista della loro cattura[5]; la testimonianza non è diretta, come quella dettagliata relativa alla famiglia Weinberg, ed è resa a decine di anni di distanza, forse è per questo che risulta parzialmente errata: il padre come abbiamo visto non è presente, è riuscito a raggiungere la Palestina, ma l’identificazione è certa per esclusione: tra i confinati nel comune e tra i deportati non risultano persone con cognome o nome Haller, mentre le uniche persone che risultano presenti a Sant’Omobono e arrestate in provincia di Bergamo sono la signora Elisabetta Hafter e suo figlio Harry Zeuger, di 6 anni, lo stesso racconto evidenzia questa contraddizione, è probabile che la memoria, o la voce popolare, abbia colmato un vuoto logico: l’assenza del padre. 


Ma altri sono stati invece catturati, solitamente per l’intervento di qualche spia. Mi ricordo questo fatto, che ha destato una certa impressione in tutto il paese. All’Albergo Centrale aveva trovato ospitalità una famiglia di ebrei, papà e mamma, con un bambino ancora in età scolare. 


Un pomeriggio i repubblichini sono improvvisamente entrati nell’albergo e hanno chiesto ai presenti ad alta voce: “C’è un bambino che si chiama Haller? …”. Quel bambino, nella sua innocenza, ha alzato subito la mano, così l’hanno catturato e portato via seduta stante: “Vieni! Vieni! Ti porto dal tuo papà! ” gli ha detto uno di quei militari. Anche i due genitori, quindi, vedendo scoperto il figlio, si sono uniti al bambino: tutti tre sono stati portati a Bergamo e di loro non abbiamo saputo più nulla.


Sulla sorte di Harry e Elisabetta vi è inoltre la testimonianza contenuta in un’intervista ad Alice Redlich[6]:


Dopo l’8 settembre quando tutti gli ebrei venivano rastrellati li han mandati in prigione, qui a Bergamo, c’era ancora Sant’Agata, anche lei è stata mandata là e i Krys avevano mandato una cartolina dalla prigione, l’avevano mandata ai padroni di casa, dove scrivevano che Harry è con loro e piange perché ha molta fame, dopo quando li hanno rilasciati provvisoriamente prima di Natale, lei ci ha mandato a dire di scendere perché non c’è più nessun pericolo, invece dopo capodanno han preso tutti quelli che han lasciato liberi e li hanno mandati ad Auschwitz e han chiesto, quando sono arrivati là, gli han chiesto se lei è capace a lavorare se si sente abbastanza forte. Lei per paura che la fanno ammazzare di lavoro ha detto di no e allora insieme al bambino l’han mandata subito nel forno crematorio. Il marito era qua in Sicilia con l’armata degli inglesi e degli americani e appena dopo la liberazione, appena possibile, ha mandato un suo collega, che veniva a Milano, a interessarsi. C’era qualcuno tornato, comunque anche lui ha sentito che era andata a finire così, ma non aveva il coraggio di dirlo al suo amico e gli ha detto che non riusciva a sapere niente, quello ha mandato due o tre persone, ma siccome nessuno aveva il coraggio di dargli la notizia è venuto su lui. Adesso mi ricordo, mi pare quei pellicciai, non erano pellicciai anche quelli, una di quelle famiglie che si era salvata, quelli del veterinario[7], si eran salvati e poi sono tornati a Clusone per un breve periodo e loro erano stati informati, finalmente ha parlato con loro e loro gli han detto quello che è successo.






[1] Archivio personale di Silvio Cavati, file dell’intervista a Alice Redlich di Riccardo Schwamenthal, effettuata in data imprecisata, forse nel 1986. Secondo altre testimonianze raccolte a Clusone Elisabetta sarebbe invece vedova, Alice Redlich racconta che il marito di Elisabetta, che militava nella Brigata Ebraica, si era recato a Clusone dove era stato informato della cattura della moglie dai Brattspies, è probabile che le testimonianze clusonesi siano su questo punto errate, possiamo solo supporre che la presenza di una giovane madre con il suo bambino abbia indotto i testimoni nell’errore o che la stessa Elisabetta potesse non conoscere la sorte del marito o non avesse interesse a raccontarne la fuga in Israele. 


[2] Cfr. Mino Scandella, Ricordate che questo è stato, ebrei internati liberi a Clusone 1941-1945, Quaderni di CLUBI n. 10, Clusone (BG), Comune di Clusone, 2016, pp. 52, 66.


[3] Cfr. Liliana Picciotto, Il libro della Memoria, Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano, Mursia, 2° edizione 2002, p. 338. 


[4]Il libro della Memoria non specifica il comune della provincia di Bergamo in cui si colloca l’arresto, ma due testimonianze ce ne danno conto: quella di Eurosia Frosio riportata in Combattenti e reduci, a cura di Antonio Carminati e Costantino Locatelli, Centro studi Valle Imagna, Bergamo, 2004, pag. 65-66, e l’intervista a Alice Redlich di Riccardo Schwamenthal, sopra citata, archivio personale di Silvio Cavati.


[5]Cfr. Antonio Carminati e Costantino Locatelli, a cura di, Combattenti e reduci – Diciannove racconti di vita e di guerra da Sant’Omobono Terme, Bergamo, Centro Studi Valle Imagna, Grafica Monti, 2004, pp. 65-66.


[6] Intervista a Alice Redlich di Riccardo Schwamenthal, archivio personale di Silvio Cavati.


[7] Si tratta di Israele Szafran e della famiglia Brattspies.