scheda completa

Mauri Andreina e Asperti Giuseppe

Andreina Mauri, Asperti Giuseppe e i sei fuggiaschi


Bergamo


Scheda di famiglia


Persone e dati ignoti.

(Capitolo di riferimento: Fuggiaschi e clandestini)


I principali protagonisti di questo racconto ci sono sconosciuti: 6 fantasmi, e tali dovevano rimanere i sei ebrei di Zagabria per viaggiare sino alla lontana Svizzera senza essere intercettati; gli elementi emersi dal racconto non hanno consentito alcuna individuazione. Conosciamo invece gli altri protagonisti di questa vicenda: Andreina Mauri in Asperti, il marito Giuseppe[1] e il cliente Carlo Cagnoli[2]. Dell’altra protagonista, la signora di Parma, non abbiamo il nome, era una prostituta, che però in quei frangenti dimostrò di possedere coraggio e senso di umanità, accompagnando i sei ebrei almeno in una delle tappe del loro viaggio per la salvezza: da Parma a Bergamo.


La storia è stata raccolta da Riccardo Schwamenthal nell’intervista effettuata ad Andreina Mauri in Asperti nel 1989[3]. Andreina non era una resistente, ma nella sua famiglia e in quella del marito era attiva la collaborazione con i partigiani, anche se quello che mosse Andreina fu uno spirito umanitario, nemmeno spinto da obblighi di amicizia, Cagnoli era un cliente abituale, non un amico, che doveva però conoscere le propensioni della famiglia verso la resistenza: certi “favori” non si chiedevano nemmeno ad un amico senza essere perlomeno sicuri di non essere denunciati subito dopo. Ma lasciamo alla voce di Andreina il compito di narrare la vicenda, il parlato è stato ritoccato il minimo necessario ad evitare fraintendimenti: 

 

Arriva un mio cliente, questo sig. Cagnoli, per me dev’essere nel 43, ci ha parlato del più e del meno, sai la guerra va giù, la guerra va su, e poi “Sai sono preoccupato perché vengon da via gente che conosco, sono ebrei, e dovrebbero star qui un giorno, arrivare al mattino e partire alla sera, perché poi c’è della gente che li porta al confine della Svizzera.” Io sinceramente ero poco propensa perché nel negozio c’erano non solo dei bergamaschi, ma anche quelli della Feldgendarmerie[4] che venivano giù sempre a prendere l’aperitivo, a bere il caffè: la sera io avevo pieno di gente e allora ero perplessa, anche per paura e anche perché avevo due figli, allora avrò avuto 37/38 anni. Però se è solo che arrivano la mattina e partono subito accettiamo, perché è fare una carità e una cosa umana, è un dovere non solo sentito, si ha anche il dovere di aiutare. E di fatti arrivano: marito, moglie e due bambini. I genitori avranno avuto 35-37 anni e i due bambini, una 5 e uno sette non di più, poi c’era un signore più anziano, che avrà avuto 55/60 anni, e il figlio di 15 anni, che quello poi ho sentito dopo che aveva la moglie che era stata portata in campo di concentramento. Non so nemmeno se si chiamavano Pietro, Paolo o Martino, non ho io nomi di nessuno, fatto si è che arrivano. Sono arrivati in uno stato che sembravano dei bambini usciti da uno spazzacamino, sporchi brutti, avevano camminato avevano fatto la strada da Zagabria Bergamo sotto della roba, può immaginare come erano conciati, sono arrivati dalle 8 alle 9 del mattino. Mio marito, a vederli così, li abbiamo fatti metter sul retro del nostro negozio e gli abbiam dato cappuccio, caffelatte e pane nero, poi mio marito, che era un cuor d’oro, ha detto “Cosa facciamo, questi bambini hanno bisogno di lavarsi, le persone così dovevano lavarsi.” 


Noi abitavamo lì sopra al secondo piano, e allora li mandiamo di sopra a lavarsi e a mettersi a posto e anche, visto che c’erano qui i letti, c’era un letto matrimoniale e due letti piccoli, ho detto “Va be riposatevi fino a stasera.” E anziché stare nel magazzino, che avevamo sotto al piano terra, li abbiamo mandati di sopra. Ho detto “Lo sappiamo solo noi, Cagnoli lo sa e ‘l parla mia.[5]” La signora che li aveva accompagnati è sparita. La signora non so il nome, ma l’ho rintracciata dopo la guerra. Fatto si è che quelli che dovevano portarli via la sera non arrivano, non vengono, si rifiutano di portarli via, e allora cosa facciamo: li possiamo mettere su una strada? Se li mettiamo su una strada li ammazzano perché sono ebrei e sa che allora agli ebrei gli facevano questa cosa qui, e allora ho detto “Va bene lasciamoli qui e noi andiamo fuori a dormire.” Io e mio marito a casa di mia mamma su in Valtesse, che anche là però avevano già su cinque partigiani, nostri clienti, che erano su perché erano scappati dai militari e una cosa e l’altra, e poi ne avevamo altri cinque su nella casa in montagna a Rota Imagna, anche là però si erano fatti … là i contadini lo sapevano quando arrivavano su le pattuglie glielo dicevano e loro scappavano, però se l’avessero saputo ci avrebbero bruciato anche la casa, beh … “Quel l’era poc mal[6]”. Comunque qui arrivano, poi c’è il problema di dar da mangiare a sei persone, lei mi capisce, sei persone, che pure mangino poco … allora Cagnoli si mette dietro lui a cercare a Colognola e porta su, tutti i giorni arrivava, noi però lo davamo loro e non lo preparavamo, perché di sopra, dove erano nel mio appartamentino, c’era anche la possibilità di fare cucina.


“Quindici giorni, ci dice poco lei quindici giorni, con tutti i tedeschi da basso e sei persone di sopra, sa che io diventavo matta.” Al mattino quando vengono giù gli ho detto “C’è una finestra che dà sul cortile, non aprite salvo per un’emergenza: che venissero a battere alla porta e vi portassero via, allora voi spalancate la finestra così che io quando arrivo vedo la finestra spalancata e so che sono nei guai anch’io, siamo nei guai anche noi.” Perché non erano solo loro, eravamo anche noi, e difatti quando arrivavo giù c’era tutto chiuso, meno male, bene. Cagnoli continuava a rifornire da mangiare. Poi Cagnoli e mio marito, c’era lì vicino a noi una tintoria del signor Cervi, che aveva anche un fratello a Como, e allora tramite Cagnoli, Cervi di Bergamo e Cervi di Como han trovato il mezzo per poterli far espatriare. Finalmente loro riescono a trovare chi li porta su, allora finalmente diciamo vanno via, siamo felici e tutto. Però lei sa quando la gente riusciva ad espatriare che facevano gli spalloni: a metà strada li piantavano lì, non li accompagnavano su fino alle guardie, e allora il Cagnoli, proprio personalmente da Bergamo a Como li ha portati anche da Como, li ha portati anche con gli spalloni fino a consegnarli alle guardie di frontiera. 


Prima di partire ci han detto cosa volevamo di disturbo, e gli ho detto niente, per l’amor di dio, e allora ci han dato ai miei figli mille lire, cinquecento lire ciascuno, però ci han lasciato lì una valigetta e m’han detto “Guardi manderemo noi una persona a ritirare.” Perché loro dovevano viaggiar leggeri, non potevano portare dei bagagli e tutto. Cagnoli lo sa che c’è lì la valigia, non mi dice niente, loro vanno via e dopo qualche giorno Cagnoli rientra e dice “E’ andato tutto bene, li abbiamo consegnati là.” E basta. Dopo un qualche giorno arriva la signora che li aveva accompagnati e io gliel’ho data. Non mi han detto arriverà con un biglietto o una cosa per farsi conoscere, siccome lei li aveva portati lì abbiam detto va beh avrà trovato la strada, siccome anche lei era una mezza partigiana, e aveva trovato la strada, ma non abitava qui, lei abitava a Parma di casa. Abbiam detto va beh, la porterà su. Passa del tempo, dopo un anno e mezzo noi vendiamo il negozio, finisce la guerra, nessuno più si fa sentire, gli ebrei che sono stati in casa mia non si degnano di mandare uno scritto per dire grazie, vi dobbiamo la vita, ci avete salvato la vita, anche a nostro rischio e pericolo, altro … Però Cagnoli non mi vuol mai dire né il nome di quella donna lì, né da dove venivano, né chi erano, perché possibile che Cagnoli non lo avesse saputo, non si può prendere una persona incontrata e dire fammi questo piacere e lui lo fa con tutto il rischio che c’era in quel momento lì: fosse oggi ce ne freghiamo un po’, ma in quel momento lì non c’era mica da scherzare, e poi sa quella gente, i tedeschi, ci avrebbero messo volentieri al muro.


Andreina era curiosa, voleva sapere di più di queste persone, alcuni anni dopo, dalle indicazioni di Cagnoli, riuscì a rintracciare la “signora di Parma”, la trovarono però alcolizzata e non riuscirono a farle ricordare quei nomi. Solo alcuni anni dopo Cagnoli dopo molte insistenze raccontò che venivano da Zagabria, erano state aiutate da un signore che possedeva un negozio di ferramenta, un certo Cris Ricard[7] che li aveva aiutati a raggiungere l’Italia attraverso Fiume e poi, probabilmente a tappe, attraverso qualche rete di fuga o resistenziale. Erano stati accompagnati a Bergamo dalla signora di Parma. Gli ebrei fuggitivi erano imparentati con un industriale che aveva uno zuccherificio a Zagabria. Difficile dire se Carlo Cagnoli conoscesse o ignorasse i loro nomi, né la signora ricorda cose che permettano di capire se anche lui fosse stato il tramite occasionale di una delle tappe della fuga o fosse maggiormente coinvolto, certo non era usuale rischiare il percorso fino al confine a garanzia contro gli spalloni, ma dalle storie riportate non fu l’unico. Andreina ricorda anche che Cagnoli le disse che dopo la guerra quegli ebrei erano espatriati in Francia: difficilmente sarebbero tornati nella Jugoslavia comunista. Conclude Andreina:


In Jugoslavia sarei disposta anche ad andare, solo per una cosa perché sappiano che quella valigia lì noi non l’abbiamo tenuta per niente, solo per quello, non voglio neanche che vengano a dirmi grazie, non mi interessa perché quello che abbiam fatto l’abbiam fatto per nostra coscienza, solo che sappiano che non abbiamo tenuto la valigia perché sappiano che noi abbiamo agito da galantuomini, solo quello.






[1] Andreina Mauri, nata a Bergamo il 7 febbraio 1906, morta a Brembate Sopra (BG) il 12 marzo 1996. Asperti Giuseppe, nato a Bergamo il 24 novembre 1903, morto a Bergamo il 5 marzo 1988. Andreina e Giuseppe si sono sposati a Valtesse (ora Bergamo) il 20 aprile del 1927, hanno avuto due figli: Fausto Carlo e Mario, che poi diventerà un fotografo molto conosciuto e apprezzato in città. L’appartamento era sito in via Pignolo n. 25, il portone d’ingresso è accanto a quello del bar, che porta il n. 23/a, tuttora occupato da un bar.


[2] Carlo Cagnoli, nato a Orio al Serio il 30 gennaio 1909, morto a Orio al Serio il 3 aprile 1990. All’epoca dei fatti raccontati non era ancora sposato e risiedeva probabilmente a Orio al Serio. 


[3] Copia del file dell’intervista ad Andreina Asperti è conservata nell’archivio personale di Silvio Cavati.


[4] Polizia militare dell’esercito tedesco.


[5] Dialetto bergamasco: lui non parla.


[6] Dialetto bergamasco: Quello era poco male.


[7] E’ la trascrizione fonetica.