scheda completa

Orefice Lucia e gli Osimo

Lucia Orefice e gli Osimo


Nembro e Santa Brigida


Scheda di famiglia


Lucia Orefice, nata nel 1893, vedova di Emanuele Calma. Lucia Orefice aveva rapporti di parentela con gli Osimo.

Ferruccio Osimo, nato il 3 aprile 1887, la moglie Elena Osimo e i figli Felice, nato ad Alessandria il 31 luglio 1920 e Arturo nato nel 1922.

Leo Osimo, nato a Milano il 17 febbraio 1908, la moglie Gabriella Riccardi, nata a Rocca d’Arazzo (AT) il 30 giugno 1910, non ebrea, e le figlie Maria, nata a Milano il 26 dicembre 1937 e Elena, nata a Milano il 17 ottobre 1940, non considerate ebree per legge.

(Capitoli di riferimento: Gli sfollati: nuove presenze ebree italiane nella provincia / Fuggiaschi e clandestini)


Lucia abitava a Milano; suo marito Emanuele Calma era un ingegnere ferroviario, suo il progetto del sistema ferroviario della stazione centrale di Milano, aveva scritto anche alcuni studi sui sistemi di manipolazione meccanica di bagagli, poste e merci in Francia, Gran Bretagna e Germania, e, nel 1922, un saggio sull’applicazione delle otto ore di lavoro nell’esercizio ferroviario. Era morto nel 1927. Lucia ed Emanuele avevano avuto due figli: Italo e Franco. Sia Lucia che Emanuele erano ebrei, Graziella Colonna, sua nipote racconta[1]:


Credo che, come molti di noi, era fiera di essere del popolo ebraico e ci teneva di essere del popolo ebraico, però non era religiosa da frequentare la sinagoga tutte le settimane, così festeggiavamo qualche festa per stare tutti insieme. 


Dopo l’emanazione delle leggi razziali i suoi figli avevano deciso di abbandonare l’Italia ed erano emigrati rispettivamente nel Regno Unito e negli Stati Uniti.


Lucia, sorella di Ezio Orefice, non sembra aver condiviso la simpatia del fratello per il fascismo, racconta ancora la nipote Graziella:


durante il fascismo se si aveva degli orientamenti politici bisognava star zitti, per quello che mi ricordo io che ero una bambina anche a tavola col mio papà diceva silenzio, noi stessi ci scandalizzavamo se qualcuno per chiamare il duce diceva … non so il nostro caporione con tono un po’ spregiativo … no non aveva simpatie per il fascismo sicuramente, in particolare dopo il 1938, quando abbiamo cominciato con le persecuzioni anche in Italia.


Con lei era andata ad abitare, dopo la morte del marito, Kathleen Keergan Segre con i suoi due figli. 


Nella sua casa di piazza Sempione aveva trovato ospitalità anche un cugino di Kathleen, Felice Osimo, studente del Politecnico di Milano, ammesso alla frequenza fino alla laurea, ma espulso dall’alloggio presso la Casa dello studente. La presenza di Felice era benvenuta anche da Kathleen in quanto Felice poteva svolgere un po’ il compito di precettore per i suoi figli “Anche la Segre aveva detto se vieni tu mi curi un po’ il figlio che è in un’età difficile e non c’è più il papà, aveva dieci anni il figlio” racconta ancora Graziella. “Lucia Orefice era sorella di mia mamma, una zia molto amata e molto frequentata quando possibile”, e fu in una di queste visite che avvenne il primo incontro fra Felice Osimo e Graziella Colonna:


io l’ho conosciuto lì ma lui era al primo anno di politecnico e io ero una ragazzina e ho detto non mi guarderà mai perché sono troppo insignificante per lui, così passavamo quelle rare volte; tre quattro volte siamo andati anche alla sera perché mio papà forse aveva degli affari o dava dei consigli di affari a queste due signore.

Lucia dopo, morte della moglie di Ezio nel febbraio del 1942, si recò per alcuni mesi presso il fratello per aiutare lui e i figli a superare il triste momento. In quell’occasione conobbe una giovane studentessa di Nembro, Maria Camilla Marcassoli, che da Ezio prendeva lezioni di latino. Racconta Graziella “La Camilla veniva lì per prendere lezioni di latino e si erano conosciute e poi la zia Lucia era un tipo estroverso e anche questa Camilla aveva voglia di parlare, non erano state solo a guardarsi passare entrare e uscire dalla porta”. E’ forse per questa amicizia o per la presenza di Leo Osimo che Lucia per sfuggire ai bombardamenti su Milano si porta a Nembro. Sia Kathleen che Lucia avevano abbandonato Milano a seguito dei bombardamenti: Kathleen era sfollata a Bergamo, Lucia a Nembro[2], non siamo riusciti a rintracciarla nell’elenco degli sfollati del comune, ma il fatto che all’ufficio postale di Nembro[3] venisse accreditata la sua pensione fa ritenere che potesse essere stata annotata nelle pagine mancanti o che non si sia denunciata al comune.


L’occupazione tedesca e l’avvento della RSI convinsero Lucia a tentare la fuga in Svizzera nell’inverno del 1943, lo fece assieme alla famiglia del nipote Felice Osimo. Con loro si trovava anche Leo Osimo, nipote di Ferruccio. Il gruppo riuscì a passare la frontiera, ma solo a Ferruccio[4] fu concesso di rimanere in Svizzera a causa di un principio di congelamento ai piedi che gli impediva di continuare a camminare, gli altri furono respinti. Lucia e gli Osimo riuscirono a rientrare in Italia senza incappare né nei tedeschi né nei fascisti[5]:


Si perdono nei boschi, quasi muoiono di freddo (riescono ad accendere un fuoco con l’ultimo cerino di Felice, grande fumatore); alla fine sono talmente stanchi, infreddoliti e affamati che non sanno più dove sono. Il rischio di essere rastrellati dai tedeschi è altissimo. La fortuna li salva.


Non potendo più contare sulla Svizzera né tornare nelle città di residenza, decisero di tornare nella bergamasca: Leo a Santa Brigida dove si trovava la sua famiglia, gli altri a Nembro, paese dove Lucia aveva solide amicizie e dove rimasero nascosti per un anno e mezzo nel solaio di una casa di Teresa Marcassoli. Teresa Pellicioli aveva sposato Angelo Marcassoli nel 1921, Angelo all’anagrafe era qualificato come possidente, ed anche Teresa doveva essere di famiglia non povera: aveva conseguito la licenza media, titolo di studio non diffuso a quell’epoca e di sicuro non abituale in famiglie povere. I due coniugi non erano giovani: lui era nato nel 1874, lei nel 1880; dopo il matrimonio i coniugi si erano stabiliti a Nembro, dove Teresa risultava dal 12 dicembre 1921 residente in via Cavallotti 58, con provenienza da Alzano Maggiore, suo comune di nascita. L’unione era stata allietata dalla nascita della figlia, Maria Camilla nel 1922 e poi da un figlio. Angelo purtroppo era morto il 10 settembre 1924 e Teresa, rimasta vedova, aveva dovuto crescere i figli da sola. Camilla aveva conosciuto Lucia Orefice a casa di suo fratello Ezio, da cui prendeva lezioni di latino, ed è probabile che Lucia abbia conosciuto anche la madre durante il suo soggiorno a Nembro prima dell’30 ottobre 1943. A Nembro in quell’anno erano presenti centinaia di sconosciuti: dal settembre 1943 alla fine del 1944 nel comune arrivarono circa 500 persone. Lucia e gli Osimo trovarono ospitalità dai Marcassoli che gli affittarono una casa adiacente alla loro, racconta Graziella:


Lì vicino, proprio adiacente, c’era un altro appartamento, forse tutta la casa, di una cugina della signora Marcassoli che era in una casa di cura per alienati, e poi vicino ancora il Geppi, che era il contadino della signora Marcassoli, il quale sapeva che c’era questa gente rifugiata nella casa centrale. Era quello che andava su a portargli la verdura, scherzava addirittura con Felice e Arturo, la sera certe volte cantavano le canzoni in bergamasco, lui andava lì con la chitarra, con la grappa, erano gli unici contatti che avevano col mondo esterno. Son vissuti lì senza uscire per non farsi vedere dal paese salvo scoprire alla fine della guerra che lo sapevano tutti, però per fortuna nessuno li ha denunciati. C’era un pensiero riguardo ad una persona, che era il fratello della Camilla Marcassoli, non ricordo come si chiamava, perché lui era un ragazzo giovane e si era lasciato un po’ convincere dai fascisti, portava la divisa, non so se di avanguardista o già più grande, e faceva un po’ il bullo e quindi poteva essere un pericolo, per vantarsi. Invece non ha mai parlato, e lo sapeva.


Nessuno li tradì, di Lucia i fascisti riuscirono a trovare solo la pensione, giacente presso l’ufficio postale di Nembro e sottoposta a sequestro con decreto del Capo della provincia n. 16894 del 22 settembre 1944[6]. Lucia e gli Osimo giunsero indenni alla fine della guerra, come attesta anche un documento conservato all’archivio di stato e datato 17 giugno 1945[7], che fra gli allegati comprende la relata di notifica del decreto di dissequestro con la firma di Lucia in data 30 maggio. 


Felice Osimo, dopo essersi laureato in ingegneria e aver trovato lavoro, si sposò nel 1948 con Graziella Colonna. Il legame fra Lucia, gli Osimo e i Marcassoli si rinsaldò ulteriormente con il matrimonio, nel 1952, fra Arturo e la figlia di Teresa, Camilla. 


Lucia Orefice alcuni anni dopo la guerra raggiunse il figlio Franco negli Stati Uniti, era ancora relativamente giovane e intraprese una attività di produzione di maglieria artigianale che incontrò un notevole successo: vendette i suoi prodotti anche a personalità del cinema hollywoodiano. Lucia è morta negli Stati Uniti nel 1986[8].


Anche se Graziella Colonna e la sua famiglia non hanno prossimità con la provincia di Bergamo, il racconto delle vicende sue e della sua famiglia può essere collocato in queste storie in quanto fornisce una testimonianza sulle condizioni dell’internamento in Svizzera, sorte comune a molti dei fuggiaschi da Bergamo, sia perché permette di ricordare le persone che hanno aiutato lei e la sua famiglia a fuggire, una rete che faceva capo ai sacerdoti del luogo e al locale presidio della guardia di finanza.


Il racconto di Graziella


Mio papà veniva tutti i giorni a Milano per il suo lavoro e un giorno incontra il dott. Airoldi, il direttore della Banca Unione di Milano, che gli dice “Signor Colonna cosa fa qui a Milano con tutta la sua famiglia, non sa cosa è successo ieri? A Meina c’era una comunità ebraica e li hanno presi tutti, imprigionati, hanno sparato a chi si ribellava[9]”. Mio padre dice “Cosa devo fare”, “Cerchi di andare in Svizzera, alcuni vanno in Svizzera”. Allora, sempre senza raccontarci niente, forse solo con mia mamma, mio papà aveva preso un treno da Saronno, il primo treno che gli è capitato, che non sapeva nemmeno lui se andava a Como o a Varese, è arrivato quasi al confine con la Svizzera, a Clivio, li ha chiesto se poteva raccomandarsi a qualcuno perché aveva un figlio in età da militare e voleva evitare che andasse sotto le armi. Dopo vari sforzi perché nessuno voleva parlare, gli hanno indicato una certa signora Nella Molinari, che prima ha detto “Ma chi le ha detto una cosa simile, certamente io non faccio questo lavoro, mi vuole male.” Insomma è stato lì un paio d’ore a cercare di convincerla, ha tirato fuori le fotografie di tutti i bambini e dei famigliari finché questa signora gli ha creduto e gli ha raccontato che lei conosceva una guardia di finanza che una volta alla settimana era di guardia di notte e poteva portare non più di tre persone alla volta. Noi eravamo in dieci, cinque figli, due genitori che fa sette e tre zie sorelle di papà.


Nella Molinari era la persona giusta, era in contatto con un maresciallo maggiore della Guardia di Finanza, Luigi Cortile, addetto al controllo della frontiera con la Svizzera. Cortile dopo l’8 settembre aveva subito aderito alla resistenza, ma era rimasto al suo posto, aveva così potuto aprire un sicuro canale di fuga verso la Svizzera da cui erano passati a decine prigionieri di guerra, ebrei e perseguitati politici. Ad aiutarlo, oltre ai suoi commilitoni, il parroco del paese, don Gilberto Pozzi[10], il parroco di Saltrio, don Giovanni Bolgeri[11] e il parroco di Viggiù don Gioacchino Brambilla, terminali di una rete di fuga. I passaggi avvenivano di notte quando ai tedeschi subentravano i finanzieri italiani. Prosegue Graziella:


Allora è tornato a casa e ha cominciato a spiegarci che dovevamo fare questo esodo e tre alla volta nelle settimane seguenti. Ha diviso secondo un criterio suo o di mia mamma, non so, si sono messi d’accordo. 


Graziella non ricorda tutto l’ordine di partenza, è la sorella più piccola Elena a raccontarlo con precisione[12] “Il primo gruppetto in fuga verso la libertà era costituito da mia mamma, Pia Orefice, da mia sorella Ersilia (18 anni) e da me, che avevo allora cinque anni. Il secondo dalle mie sorelle Graziella e Nella (di 16 e 14 anni) e da mia zia Gilda Colonna. Il terzo da mio fratello Ugo jr. quindicenne, e dalle zie Amalfi e Marta Colonna. Il quarto gruppo comprendeva l’intera famiglia Ghedalia, che mio padre volle aiutare, composto dalla madre Ester e da quattro figli, Giovanna, Luna, Flora e Mosè. Per ultimo passò mio padre, Ugo Colonna, da solo”. 


Prosegue Graziella:


Le prime ad andare via sono state mia mamma con la sorella più piccola che aveva quattro anni e la più grande che era una bella ragazza già dimostrava di più. Son partite il primo lunedì con un indirizzo di un cliente di mio papà a Lugano, credendo di poter andare e sistemarsi e lavorare, cosa che invece era proibita. Abbiamo dovuto constatare che la vita era tutta diversa. La settimana dopo sono andata io con una sorella più piccola e una zia, che tra l’altro poverina era ammalata di tumore ed è stata operata dopo qualche mese, lì in Svizzera, molto bene. Sempre lo stesso finanziere ci ha accompagnato alla rete e poi ci ha detto correte giù, correte via, io credevo di essere accompagnata da brava bambina e invece ho dovuto prendere le redini del gruppo e dire “correte venite presto”, la zia andava piano, e insomma siamo arrivate in qualche modo giù dalla montagna e incontriamo una pastorella con delle pecore e la prima cosa che ho chiesto è “Siamo in Svizzera?” e lei ha capito che eravamo venuti clandestinamente e ha detto “Certo siete in Svizzera, voi siete rifugiati, io vi devo accompagnare alla gendarmeria”.


La via di fuga rimase aperta fino all’11 agosto 1944 quando furono arrestati Luigi Cortile, don Pozzi e don Bolgeri. Don Pozzi fu liberato il 17 agosto, non avendo trovato gli inquirenti tedeschi prove a suo carico e grazie all’intervento di autorevoli personaggi locali. Tornato al paese si preoccupò di far sì che influenti parrocchiani di Saltrio si adoperassero per la liberazione di don Bolgeri, fra di essi il capitano della Guardia Repubblicana, e garantissero dell’estraneità del sacerdote. Don Bolgeri fu liberato il 17 agosto. La liberazione fu possibile anche grazie all’intervento del cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, che durante tutta la guerra utilizzò la sua influenza per evitare che i suoi sacerdoti venissero deportati.


Non fu invece possibile far niente per il maresciallo maggiore Luigi Cortile, gli elementi a suo carico erano certi. Portato dapprima nel carcere di Varese e poi in quello di Milano, il 17 ottobre fu trasferito nel campo di transito di Bolzano, da qui deportato a Mauthausen e assegnato al sottocampo di Melk, dove morì il 9 gennaio 1945. Il 16 giugno 2006 a Luigi Cortile è stata conferita la Medaglia d’Oro al Merito Civile con la seguente motivazione: “Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale si prodigava, con eccezionale coraggio ed encomiabile abnegazione, in favore dei profughi ebrei e dei perseguitati politici, aiutandoli ad espatriare clandestinamente nella vicina Svizzera. Arrestato dai nazifascisti veniva infine trasferito in Austria, perdendo la vita in un campo di concentramento. Mirabile esempio di altissima dignità morale e di generoso spirito di sacrificio ed umana solidarietà[13].


Prosegue Graziella:


Io ero tranquilla perché sapevo che dovevo andare a Lugano per raggiungere mia mamma, queste erano le istruzioni che avevo avuto. Invece quando sono stata in gendarmeria prima di tutto un tenentino, che si dava un po’ di importanza, mi ha detto “Ah non so se possiamo tenervi”. A queste parola prima ho discusso un po’ “Ma c’è qui mia mamma che è entrata una settimana fa, quindi voglio andare da lei” e lui ha detto “Dobbiamo vedere, aspettate”. Si è messo a fare delle ricerche per telefono, poi dice “La sua mamma non è a Lugano è a Bremgarten, è stata mandata lì”. E mi ha spiegato che non si poteva andare in privato a trovare le persone, ma che dovevamo essere raccolti in campi e poi smistati. Allora niente, abbiamo ubbidito a quello che ci dicevano. Siamo stati lì qualche ora, poi ci hanno portati a Bellinzona e per quella notte abbiamo dormito lì, nel campo di raccolta, sui pagliericci. Io mi sentivo veramente malmessa perché fra l’altro credevo di andare a finire in una casa con alcune comodità, non avevo asciugamano, spazzolino da denti, ero impreparata insomma, e con me le mie compagne. Il mattino dopo ci hanno portato nel campo di Rovio, che se ci penso adesso deve essere un posticino carino, ma noi siamo stati chiusi in un asilo senza poter uscire per due mesi, perché la quarantena durava quaranta giorni appunto, ma ha cominciato qualcuno ad ammalarsi di influenza e la quarantena era ripartita da quando questa si era ammalata, così è durata un po’ di più. Poi è arrivato l’ordine che le signore Colonna dovevano andare a Losanna, nel campo francese. Devo dire che come sono arrivata in campo potevo scrivere ad altre persone in campo e potevo farlo gratuitamente, mi hanno dato delle cartoline e ho subito scritto a mia mamma. Han trovato loro dov’era, mi han dato l’indirizzo, e c’è stato uno scambio di notizie quasi giornaliero da quando sono entrata in campo fino a gennaio, quando sono uscita, in quello erano organizzatissimi. Mangiare si mangiava maluccio, pochino, e i piccoli avevano i lettini. Nel campo dov’ero c’erano solo donne e bambini e avevano diviso le famiglie con un criterio secondo me poco … insomma non so che dritta hanno seguito per fare una cosa del genere, insomma c’erano tutte queste mamme desolate con i bambini che piangevano non sapevano come fare a calmarli. Nella camerata quando piangevano le altre signore dicevano “lasciateci dormire”, insomma era tutta una confusione. Per fortuna noi siamo state abbastanza bene di salute, a parte questa mia zia che si cambiava degli impacchi di un certo liquido per tenere a bada questo suo tumore al seno. Poi è venuto da un giorno all’altro l’ordine di andare al campo della Rosià a Losanna, io ormai ero abbastanza abituata a quella vita lì e mi son messa a piangere di nuovo, mi ricordo che l’infermiera m’ha detto “Perché piangi”, “Perché dobbiamo andare via”, dice “Ma stai così bene qui?”, dico “Beh, ma so quello che c’è e non so quello che troverò”, “Ma no, vedrai che andrà tutto bene”. 


Il racconto di Graziella ci aiuta a capire quale fosse la situazione di disagio di chi, per salvare la vita, era stato costretto a seguire la via della fuga, dell’esilio e dell’internamento in un paese straniero. Certo, i rischi erano finiti, non vi era più nessun pericolo per la loro vita, ma il modo di vivere, soprattutto nei primi mesi, non era quello a cui poteva essere abituata una ragazza sedicenne, di famiglia borghese, abituata ad un certo tenore di vita e assolutamente impreparata ad affrontare quei disagi in quanto le aspettative prefigurate erano quelle di una vita normale, da migranti in un paese straniero certo, ma con la famiglia e in libertà. Pochi dei fuggiaschi avevano messo in conto che si recavano in un piccolo paese, neutrale sì, ma completamente circondato da paesi occupati dai tedeschi o loro cobelligeranti, che aveva già aperto le proprie frontiere a migliaia di profughi, militari e civili, e che altrettanti ne aveva respinti. Un paese che viveva nel timore di essere attaccato a sua volta e che quindi si barricava dietro la propria neutralità e le regole delle convenzioni internazionali su profughi e rifugiati. Delle condizioni di internamento dei rifugiati abbiamo parlato nella storia della famiglia Guastalla di Gazzaniga, le descrizioni che i rifugiati danno del periodo di quarantena è spesso negativa, si trattava di “campi” ricavati in edifici vari adattati a fronteggiare alla meno peggio un’emergenza e gestiti direttamente dall’esercito, con ufficiali non sempre all’altezza del loro ruolo e con standard di confort spesso più adatti a giovani militari che a civili. In gran parte delle testimonianze raccolte dai ricercatori è riscontrabile, accanto al sollievo per lo scampato pericolo e alla riconoscenza verso il paese che li ha accolti, una situazione di disagio rispetto alle aspettative nutrite e alle condizioni di vita. Prosegue Graziella: 


Insomma abbiamo fatto un viaggio di un giorno per andare da Lugano a Losanna perché ci han fatto fare il giro da Berna in un treno solo per rifugiati, siamo arrivate stanche morte e siamo arrivate in una casa che era stato un albergo non so quanti mesi prima, era vuoto di mobilia, freddo come non so cosa e pieno di topi. Quella notte lì me la ricorderò tutta la vita perché avevo freddo, ero sulla paglia, sentivo i topi che scorrazzavano e avevo paura che mi venissero addosso. Va beh, il giorno dopo come viene la visita medica, mi vedono delle pustoline sulla testa, probabilmente era scabbia presa dalla paglia, mi spediscono in ospedale con gran pianti di mia sorella che resta sola nel campo, perché mia zia l’avevano separata e messa in un campo per anziani, insomma ci hanno salvato la vita, ma ci sono state queste mancanze di delicatezza verso delle giovani rifugiate diciamo. Poi mio papà ha chiesto la liberazione perché voleva riunire la famiglia, dice tanto adesso gli alleati sono sbarcati ad Anzio, in poco tempo finirà la guerra possiamo stare liberi per un mese o due poi torniamo a casa. Invece si era sbagliato nel suo ottimismo e il suo ottimismo ci è costato caro perché siamo stati lì fino al luglio 1945 naturalmente. 


Come accadde ad altre giovani minori, ad esempio a Lidia Gallico, anche Graziella venne affidata a famiglie disposte ad ospitare le rifugiate come ragazze alla pari:


Nel marzo sono andata nella Svizzera tedesca alla pari da una signorina anziana, una pittrice che mi ha poi regalato un ritratto che mi ha fatto; ero lì ad aggiustarle la biancheria, aiutarla in casa e farle da mangiare, io che non ne sapevo un gran che. Lei mi diceva “metti su un pentolone di patate” al lunedì e poi duravano tutta la settimana; non era il vitto a cui ero abituata a casa, però mi sfamavo. C’erano delle mele buonissime mi ricordo. Questa signorina Frei, che aveva sessantacinque anni circa, cercava di farmi star bene a modo suo, ma aveva una gran paura che facessi delle cose sbagliate. Ha sentito che mi piaceva far ginnastica e mi ha iscritto ad un corso di ginnastica, dove io ho capito solo col tempo gli ordini che ci dava il maestro, perché magari diceva “link, link” e io giravo a destra invece che andare a sinistra; poi un corso di cucina, a cui sono andata solo un giorno perché le ho raccontato quello che avevamo fatto e ha capito che non era il caso. Dopo ho fatto anche un corso di sartoria, così mi sono fatta un vestito che era più un grembiulone che altro. Va beh insomma han cercato tutti di essere gentili con me, ma io mi sentivo molto sola. Poi gli ultimi mesi li ho passati di nuovo in famiglia a Montagnola dove i miei avevano affittato un appartamento in un “castello” tra virgolette, anche quello è un posto che è bellissimo, ma che allora ci sembrava una prigione, dalle finestre vedevamo l’Italia. Se Dio vuole è finita anche quella.


Leo Osimo

Nembro – Santa Brigida


Leo abitava a Milano in via Negroli 52, era sfollato a Nembro l’8 settembre 1943, probabilmente per timore della ormai troppo evidente presenza delle truppe tedesche nella città e per sfuggire ai pericoli derivanti dai bombardamenti, intensi nel mese di agosto.  Con lui erano venute la moglie, non ebrea, Gabriella Riccardi, una giovane della nobile famiglia dei conti Riccardi[14]. I due si erano sposati il 25 luglio 1936, anno in cui non veniva messa ancora in discussione l’integrazione degli ebrei nella società e nello stato italiano e un giovane borghese ebreo (il padre Giuseppe era dentista) poteva sposare una contessina. Con loro a Nembro portarono le figlie Maria e Elena e la sorella di Gabriella, Consolata Riccardi, nata a Rocca d’Arazzo (AT) l’11 luglio 1902[15]. Gli Osimo a Nembro abitavano in via Ronchetti 53 in un appartamento della famiglia Cremaschi. Leo è figlio di Giuseppe, il fratello di Ferruccio, padre di Felice Osimo, e cugino di Kathleen Keergan Segre.


Dal registro degli sfollati di Nembro Leo risulta tornato a Milano il 25 ottobre 1943[16], sul suo nome e sui suoi dati è tracciata una linea rossa, non così per il resto della famiglia, ma anche loro se ne erano andati da Nembro, forse ufficialmente erano tornati a Milano, in realtà la famiglia, assieme alla sorella di Gabriella, Consolata Riccardi, si era portata a Santa Brigida dove aveva affittato un’abitazione di proprietà del podestà del paese[17]. Gabriella Riccardi era “ariana” e per di più nobile, Maria e Elena, figlie di matrimonio misto, molto probabilmente erano state riconosciute “ariane” (l’Italia era un regno e essere di origine nobile contava sicuramente ancora qualcosa anche negli anni delle leggi razziali), a loro si era aggiunto un altro figlio, nato in quei mesi, Leo però era in pericolo e tentò di raggiungere la Svizzera con lo zio Ferruccio e il cugino Felice. Il passaggio in Svizzera venne tentato da un valico sopra Domodossola. Come abbiamo già raccontato gli Osimo furono respinti e riuscirono fortunosamente a tornare in Italia senza essere intercettati da pattuglie tedesche o fasciste. A Leo non restò altra alternativa che raggiungere la famiglia a Santa Brigida. Racconta Elena che quando la madre vide il marito sulla porta di casa, invece che al sicuro in Svizzera, perse il latte per lo spavento e in seguito dovettero procurarsi un latte adatto per il piccolo.


Il 9 novembre 1943 la RSI chiamò alle armi i giovani delle classi 1923, 1924 e 1925; per chi non si presentava, così come per i militari in forza all’8 settembre, era prevista la pena di morte e rappresaglie contro le famiglie. I giovani richiamati e i militari che erano riusciti a tornare a casa dopo il disfacimento dell’esercito italiano non avevano nessuna intenzione di arruolarsi nell’esercito della nuova repubblica fascista per proseguire la guerra accanto ai tedeschi, la gran parte non si presentò. Tra i renitenti anche i figli del podestà che non aveva quindi nessun interesse a denunciare i suoi inquilini. Quando capitava che arrivassero tedeschi e repubblichini chi correva pericolo scappava a nascondersi per poi tornare in paese. Leo poté così giungere indenne alla liberazione. La figlia Elena, che allora aveva quattro anni, non ricorda momenti di particolare pericolo o tensione, né le sono stati raccontati.






[1] Intervista a Graziella Colonna effettuata da Silvio Cavati il 16 giugno 2019 nella sua casa di Milano, archivio personale di Silvio Cavati. Graziella Colonna è nata a Milano il 31 marzo del 1927, ed è figlia di Ugo e Pia Orefice, sorella di Lucia e Ezio Orefice.


[2] Bruno Osimo, Felice Osimo, http://www.trad.it/il-mio-omaggio-a-mio-padre/


[3] ASBg, Gab. Pref. b.e. 1, fasc. 47, è seguendo le tracce di questa pensione confiscata a Lucia che è stato possibile ricostruire l’intera storia.


[4] Cfr. Renata Broggini, La frontiera della speranzaGli ebrei dall’Italia verso la Svizzera 1943-1945, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1998, p. 478.


[5] Cfr. Bruno Osimo, Felice Osimo, op. cit.


[6] ASBg, Gab. Pref. b.e. 1, fasc. 47.


[7] ASBg, Gab. Pref. b.e. 1, fasc. 47.


[8] Cfr. Bruno Osimo, Felice Osimo, op. cit., la notizia sull’attività di Lucia Orefice negli USA è stata raccontata in un colloquio telefonico con Graziella Colonna.


[9] Tra il 13 e il 19 settembre 1943 circa 50 ebrei sfollati a Baveno, Arona, Meina, Orta, Mergozzo, Stresa e Intra furono catturati e uccisi dai soldati del 1º battaglione della Panzer-Division Waffen SS Leibstandarte Adolf Hitler; la notizia della strage si diffuse molto rapidamente e fu il campanello d’allarme che convinse molti ebrei a iniziare la fuga o la clandestinità.


[10] Don Gilberto Pozzi, nato a Busto (VA) nel 1878, ordinato sacerdote nel 1901, fu parroco a Clivio per sessant’anni, fino alla morte avvenuta nel 1963. Con gli altri due sacerdoti citati era parte di una rete di fuga che portò in salvo in Svizzera decine di prigionieri alleati e decine di ebrei. Don Pozzi era già stato arrestato una prima volta il 26 novembre 1943, riuscendo però a scagionarsi e ad essere rilasciato dopo pochi giorni.


[11] Don Giovanni Bolgeri, nato a Rezzonico nel 1886, ordinato sacerdote nel 1912, parroco di Saltrio, deceduto a Saltrio nel 1970.


[12] Nella Molinari e Luigi Cortile, Gariwo, la foresta dei Giusti, https://it.gariwo.net/giusti/biografie-dei-giusti/shoah-e-nazismo/storie-segnalate-dagli-utenti/nella-molinari-e-luigi-cortile-20519.html


[13] Luigi Cortile era nato a Nola (Napoli) l’8 aprile 1898 ed è morto nel lager di Melk il 9 gennaio 1945. Maresciallo maggiore della Guardia di Finanza ha ricevuto la Medaglia d’oro al merito civile alla memoria. Nel settembre del 1943 si trovava a Clivio, al comando di quella Brigata di frontiera della GdF. Entrò subito nella Resistenza, affiancando l’attività umanitaria del parroco del paese, impegnato nel favorire il passaggio in Svizzera di coloro che erano perseguitati dai nazifascisti. L’11 agosto 1944 il maresciallo Cortile fu arrestato dai tedeschi e tradotto prima nel carcere di Varese e poi a Milano. Dal carcere di San Vittore il sottufficiale fu trasferito il 17 ottobre, al Campo di concentramento di Bolzano e da qui, il mese dopo, a Mauthausen. Notizie sulla sua vita militare sono reperibili sul sito del Museo storico della Guardia di Finanza al seguente indirizzo: http://museostorico.gdf.it/giorno-della-memoria/le-decorazioni-concesse/medaglia-al-merito-civile/maresciallo-maggiore-luigi-cortile e in: Gerardo Severino, Luigi Cortile, il buon doganiere di Clivio: storia dell’eroico maresciallo della Guardia di Finanza che salvò centinaia di ebrei e perseguitati : Nola-Piazzolla, 1898 – Mauthausen-Melk, 1945, Museo storico della Guardia di Finanza, Comitato di studi storici, 2015.


[14] La notizia è desunta dal sito: https://gw.geneanet.org/


[15] AC Nembro, Cat. VIII, cl 2 b 165, fasc. 9 sfollati.


[16] AC Nembro, Cat. VIII, Leva, Truppa, Servizi Militari, classe 2 b 165, f 9 assistenza sussidi e alloggi sfollati, registro delle dichiarazioni temporanee di residenza e sfollamento.


[17] Le notizie sulla permanenza a Santa Brigida sono state raccolte durante un colloquio telefonico tra la figlia di Leo, Elena Osimo, e Silvio Cavati in data 20 giugno 2019, il resoconto è conservato presso l’archivio personale di Silvio Cavati. Il podestà di Santa Brigida dal 1943 al 1945 fu il signor Domenico Paleni.